Quindici barchette e la vita di Alberto ha preso il largo

La nostra è «una storia dentro la storia della Lega del Filo d’Oro»: Gianfranco e Daniela iniziano così a raccontare i loro trentadue anni a Osimo, trapiantati qui dall’Elba. Alberto, loro figlio, sta per compiere 40 anni: «Faremo una grande festa», dice la mamma, «perché da quel che ci avevano detto i medici, non pensavamo di arrivarci». Alberto è idrocefalo, a pochi mesi ebbe una meningite virale, da cui «iniziò il calvario». «Aveva un virus purulento dentro il liquor. Tentarono una cura, avvertendoci che poteva diventare sordo, ma non servì a nulla», ricorda papà Gianfranco. A sette anni e mezzo, dopo sessanta operazioni, Alberto passò dalla chirurgia alla pediatria, dove avrebbero dovuto «assisterlo per la morte»: lì invece trovarono una cura. La vista e l’udito erano persi, ma di interventi chirurgici non ne servirono più: «Ce l’hanno ridato», dice Daniela. «Lui si è adattato alla situazione, la voglia di essere al mondo non l’ha persa mai».
A parlare loro della Lega del Filo d’Oro fu l’insegnante di ortofonia: «Avevamo contattato vari istituti, ma dalle domande che ci facevano capivamo che non erano i posti giusti per noi», ricorda la mamma. Con la Lega del Filo d’Oro, dice il papà, fu diverso: «Abbiamo preso la cartina, le cartelle mediche e ci siamo presentati qui, senza avvisare. Non si riusciva più a comunicare con Alberto, ricordo che lui voleva dirmi qualcosa e io non capivo, così lui mi fece un gesto come per dire “ma vattene”. Mi voltai, diedi un pugno alla porta e la sfondai».

Cartelle cliniche e persone
Il giorno in cui giunsero a Osimo, Gianfranco lo racconta così: «Arrivi con il cuore pesante, hai tutte le strade chiuse, sali sulla collina e senti che in questo posto risolverai il tuo problema». Era il 1982. Le cartelle cliniche di Alberto dicevano il contrario, ma qui «guardarono Alberto, videro che un po’ con me comunicava e pensarono che qualcosa si poteva fare. Perché un conto è la cartella, un conto la persona», dice la mamma. Daniela e Gianfranco si fidarono, anche se - dicono - «alla prima visita gli fecero fare un percorso e alla fine gli diedero un cioccolatino. A noi sembrò come dare una nocciolina a una scimmia. Invece sbagliavamo noi, bastava vedere i progressi di Alberto: ci sembrava un miracolo».
Se la Lega del Filo d’Oro ha cambiato la vita di Alberto, lui di converso ha segnato alcune tappe della storia dell’Associazione. Per lui fu inventato il primo calendario tattile, quindici barchette in compensato e quindici casette per misurare il tempo che papà passava in mare, così che Alberto capisse che papà “partiva”, non “scompariva”. Fu anche protagonista del primo spot della Lega del Filo d’Oro, quando essa avviò (pioniere anche in questo campo) una comunicazione rivolta alla raccolta fondi: «Non c’erano soldi, si rischiava di chiudere. La mia prima intervista l’ho fatta allora, poi sono venuti Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno, lo spot con Renzo Arbore...», ride Gianfranco. «Parlare del nostro privato è faticoso, ma la gente non poteva capire senza conoscere la nostra vita. La nostra è una testimonianza, è ancora un modo per aiutare i nostri figli, perché senza la “Lega” non so cosa sarebbe stato di noi».

Mettere radici altrove
A Osimo Alberto è diventato un uomo. Frequentando il Centro in diurno ha imparato a mangiare da solo, a lavarsi, a vestirsi: «Gli hanno insegnato tutto, a lui e a noi», dicono Daniela e Gianfranco. Soprattutto sono riusciti a sviluppare il suo linguaggio gestuale, così «in un attimo gli dici le cose, anche se chi non lo conosce bene fa fatica perché i gesti di Alberto sono solo suoi». Con le sue insegnanti è andato in Danimarca, in Germania, in Portogallo. Da molti anni, grazie alla disponibilità di un imprenditore della zona, fa una piccola esperienza di “lavoro”: «Non è un lavoro vero, ma lui esce di casa, si relaziona con persone al di fuori della famiglia e del Centro, capisce cosa sia la vita di un adulto», spiega il papà. Da quando sua sorella si è sposata, pure Alberto ha voluto una casa sua, così i genitori gli hanno sistemato una stanza al piano di sotto: «Non è in grado di vivere da solo, ma ogni tanto scende, ci invita a cena da lui… Che meraviglia!», raccontano Daniela e Gianfranco, orgogliosi e felici. «Di centri ce ne sono tanti, ma questo non ha paragoni. Per l’esperienza, per il metodo, per la mentalità. Non guardano il disabile, cercano la persona che c’è dentro. E lavorano su tutta la famiglia, perché quando succede una cosa così, la vita di tutta la famiglia deve cercare un’altra direzione».
Oggi Alberto inizia a non riuscire più a fare alcune cose. Non cammina più bene, non riesce più a leggere il Braille, le mani iniziano a tremargli. «Ma farà altre cose, altrettanto belle. È coraggioso, ha una forza di volontà incredibile. È in gamba mio figlio», dice Daniela. E Gianfranco aggiunge: «Io ne sono innamorato. Non so come sarebbe stata la mia vita se Alberto non fosse stato così, ma sono un uomo contento».